Ormai cinquant’anni.
Da Via Palude a Fifth Avenue
di Sergio D’Amaro
Ripassare i cinquant’anni
d'America di Joseph Tusiani è come svolgere il film di un destino proiettato tra
due mondi, in mezzo ai quali c’è una coscienza che lotta
strenuamente per tener legati i fili ed evitare l’alienazione.
Molteplici le reti gettate da Tusiani per salvare la sua identità,
dall’italiano all’inglese, dall’inglese di nuovo all’italiano, dal
latino al dialetto
e da questo di nuovo all’italiano e all’inglese. Passaggi, ponti, tunnel
in un ricco stradario di rimandi, in un felice commercio di parole
che hanno cominciato a
viaggiare cinquant’anni fa, quando Tusiani ha lasciato il piccolo paese
natale di San Marco in Lamis nel Gargano per raggiungere a
New York, insieme alla madre,
il padre mai conosciuto. Esperienza, come ognun vede, radicale, trovandosi
il Nostro, col viatico del suo mondo contadino e dei suoi studi classici,1 immerso d’improvviso nella città ipertecnica e futuristica, ombelico del mondo quanto
il borgo d’origine era invece
ai margini della storia, anche
se toccato da un forte senso
religioso. Si spiega forse
così uno dei tratti
fondamentali della personalità artistica di Tusiani, la cui audacia
colombiana sarà più volte sovrastata dall’ombra del
‘delitto’: quello consistente nell’aver ripudiato la propria terra
o d’esserne
stati scacciati e di scontar così la colpa dell’ebreo errante.
L’acquisizione di conoscenza dovrà essere compensata da un sovrappiù di memoria, la frequentazione
del nuovo mondo convaliderà la
ricchezza della povertà del primo.
In aggiunta a tutto questo, il
dilemma dell'emigrazione si è arricchito in Tusiani col problema
psicologico ed affettivo della famiglia Il recupero e la nostalgia
della terra madre, che è stato recupero della parola originaria e
conservazione del villaggio ancestrale, ha avuto come motivo scatenante il
desiderio di conoscere il padre e di riunire l'esperienza paterna a quella
materna in un difficile e delicato rapporto edipico. L’America è
l'incontro col padre, il ritorno vivente alle origini del suo essere in
una condizione straniata: il che carica l'atto emigratorio di inediti
connotati freudiani, lo complica di attribuzioni esistenziali profonde e
fondamentali. Tusiani porta con sé il personale dilemma linguistico
e culturale, ma è anche il testimone di un esodo storico e di un
dramma familiare. C'è insieme, insomma, l'alibi della nostalgia e il delitto
di una lingua compiuta, il senso di una colpa e l'orgoglio di una
conquista, un destino di sradicamento e una volontà di linfe infinitamente
più ricche.2
In possesso di questa complessa
psicologia artistica, Tusiani ha partecipato con sempre maggiore
autorità agli influssi principali della produzione
letteraria degli scrittori italoamericani,
come John Fante e Pietro Di Donato.3 Anche Tusiani, come Fante e Di Donato, insiste sul dilemma etnico e lotta contro sospetti e pregiudizi della cultura
ufficiale.
Nelle loro opere si afferma
e si consolida la tipologia del disperso e dello sradicato, del
povero senza più patria e
quindi il topos del senso
della perdita, che impegna e
invoca a testimone la memoria: e con questa la validità
di tutto ciò che non è americano e anglosassone (altro, subalterno, orale, popolare,
meridionale). E infatti Tusiani, come Fante e Di
Donato, fa un uso etnografico della sua opera, inverando quello che
William Boelhower4 ha definito semiosi etnica, fondata
su una serie di opposizioni binarie quali
etnico / non etnico, presenza / assenza, vecchio mondo / nuovo mondo,
emigrato / immigrato, permanenza / nomadismo ecc.
Apparentabile alle esperienze di
Di Donato e di Fante, Tusiani se ne discosta d'altronde perché è un
emigrato intellettuale ed è laureato, in più, in letteratura inglese con
una tesi su Wordsworth. «Quando partii per l'America - dice Tusiani -
avevo con me il fardello giovanile della tradizione musicale della
letteratura italiana (nei nostri licei non si andava, in quegli anni,
oltre Pascoli e D'Annunzio). Intendo dire che avevo già pronta una base
italiana su cui innalzare il mio edificio anglosassone; ma la base, mi
accorsi poi, era una sensibilità esclusivamente latina, capace di
reggere un'architettura essenzialmente straniera. Emily Dickinson fu la
mia primissima scoperta americana e il saggio che ne venne fuori ebbe
il merito di aprire le porte d’Italia alla grande poetessa di Amherst. T. S. Eliot? Lo conoscevo,
anche per i suoi legami con la nostra cultura dantesca. Ma fu John Donne a nutrire il mio
pensiero».5
Con un siffatto viatico, dunque,
Tusiani affronta l’America, la difficile assimilazione della lingua, la
carriera di professore, che lo porterà ad insegnare in varie università Intanto
si getta a capofitto nell'attività di traduttore e stende decine di poesie in
inglese, che selezionate
andranno a nutrire le prime due raccolte, Rind and All 6
e The Fifth Season7. Nel giro di dieci anni ha già tutte le carte in regola per
vincere il Greenwood Prize, che è il più prestigioso dei premi inglesi, e affermarsi come uno dei più valenti italianisti d’America.
A sostenere la prova del fuoco di questa americanizzazione vincente ci sono amici importanti come
il sindacalista-poeta Arturo Giovannitti, il grande critico Giuseppe A. Borgese, lo scultore Onorio Ruotolo e il suo circolo, e
specie la scrittrice Frances Winwar (ovvero Francesca Vinciguerra), che
negli anni '50 è una delle firme più celebri della galassia gutenberghiana non solo italoamericana. Tuttavia Tusiani non rinnega mai le
sue radici, ogni tanto si esercita nel suo dialetto garganico8, si sente più che mai vicino
alla sua gente, agli umili che
hanno fatto grande le Piccole Italie. «Mi commuove - dice ancora Tusiani
- il ricordo degli Italiani che incontrai nei miei primi anni
d'America: sarti e barbieri che scrivevano poesie e formavano club artistici
per rimanere vicini a un’Italia
che del tutto li ignorava (quel famoso o famigerato
sottobosco di cui il nostro caro e vitriolico Prezzolini fece scempio);
umili operai che in un Giovannitti vedevano e udivano il cantore della stirpe e in un
Caruso l’interprete delle loro aspirazioni, e, finalmente, analfabeti
che, scoccata la diana della prima guerra mondiale, sentirono il dovere di correre alle doline
venete per difendere il sacro suolo di una patria ormai immemore. È,
questa, la Gente mia di cui volevo e voglio parlare».
Intanto, negli anni Sessanta escono
le sue traduzioni capitali
di Michelangelo (Rime)9
e di Tasso (Gerusalemme Liberata)10. Il legame
con la lingua italiana non è
mai reciso, anzi è il problema della lingua quello che si accampa più
prepotentemente al centro della coscienza. Esso è un dilemma spirituale e la
perdita dell'italiano è sempre più chiaramente un vero e proprio trauma
esistenziale, è il dolore di fondo che porta con sé la scissione dalle origini,
dalla terra, dalla Madre. È per questo che quasi tutta l’attività
artistica di Tusiani (escluso il forte impegno traduttorio del Morgante11 del
Pulci) si concentra nell’ultimo
quindicennio sul recupero delle memoria e sullo scavo della sua formazione umana e culturale.
L’emigrazione ha separato, ma ora è tempo di rimettere
gli orologi all’ora della
partenza, a ciò che c’era stato prima di essa e di riflettere
su ciò che è successo tra un
quadrante e l'altro della vita. Tusiani pubblica Gente Mia and
Other Poems,12 un denso e appassionato libro di poesia sulla Little Italy del
Bronx. Vi si trova intera la molteplice umanità, eroica e anonima, di
un'Italia come per miracolo sopravvissuta al salto nell’ignoto, il suo Sud più autentico
e sanguigno, il suo folclore,
la sua lotta per la giobba
e il monì (termini ''itanglesi" che stanno per "lavoro" e
"soldi"). Dove finisce il sé italiano e dove comincia il sé americano? È questa la
domanda che Tusiani si porta
dietro incessantemente
e che la sua anima religiosa affonda in più
insondabili ambiti d’esistenza.
La stagione è ormai matura per un
ritorno voluto, cercato e quante volte rinviato, all’italiano per
raccontare nella lingua d'origine l'esperienza d'emigrato. Nascono le
tre parti di una lunga autobiografia: La parola difficile; La
parola nuova; La parola antica.13 Intanto, perché una parola “difficile”,
“nuova” e “antica”? E perché proprio “parola”, perché un così impegnativo confronto con la
cellula costitutiva della lingua? Conoscendo
la biografia di Tusiani e la sua strenua ricerca di
traduttore-filologo, si può rispondere che la sua autobiografia è e vuol essere proprio l'insieme delle
parole essenziali che, a detta di S. Agostino, sono generate non
dai fatti del passato, ma dalle immagini di essi. Succede qui che lo sguardo retrospettivo e la necessità di una storia unitaria
stabiliscono o stimolano, nello scrittore giunto all’età giusta per un sicuro rendiconto, alla conferma di un percorso, alla
giustificazione di una personalità, di una soggettività tanto più decisa a
narrarsi quanto più si sente vera:14 sia anche,
beninteso, di una verità che per essere appunto "parola", è una verità comunque intrisa di evocazione
e di fiction.
L’autobiografia
di Tusiani, a differenza di quelle contemporanee, in specie europee15,
imperniate sulla scissione e sulla decostruzione dell'io, ha un
carattere totalizzante, riferito cioè ad un'identità solida e unificata,
nutrita di umori umanistici e razionalistici. Tusiani vuole dare
un’immagine edificante e al contempo drammatica della vita emigratoria,
vuole commuovere ed esortare. La sua
vicenda, la sua psicologia, la sua interpretazione della vita potrebbe
rapportarsi, ci sembra, ad un orizzonte di nascite e di resurrezioni, di
antitesi e di integrazioni: con un segnale molto ben delineato, ad
esempio, nella poesia Standstill, riportata ne
La parola nuova, dove la fine delle cose coincide con la
comprensione profonda di esse in un contesto di interrogazioni radicali.
E l'orizzonte soggiacente è, in fondo, quello del modello biblico
(paradiso-caduta-esilio e viaggio-peregrinazione-ritorno), per cui le
tappe dello sviluppo del proprio io sono ritmate attraverso paesi,
culture, individui, società molteplici, e l’antico e il nuovo si
dipartono e acquistano reciproca coscienza quando la "parola difficile"
(e cioè il padre conosciuto da Tusiani solo a 23 anni) viene finalmente
pronunciata e liberata. La storia di una perdita (di affetti, di lingua
e d'altro) diventa così opera di riscatto e
realizzazione artistica.
La “parola nuova" è il fratello
Michael Dante, ovvero Maichino, nato in America ed educato in
scuole americane. Egli rappresenta l’America che si misura
con se stessa e non deve fare i conti con la lingua e l'ethos del
sostrato italiano. Tusiani invidia nel suo intimo quest'America
spigliata, senza complessi: "[di mio fratello] c’era qualcosa che mi
sfuggiva, qualcosa di bello, di grande e di triste"; e sottolinea più
volte il dolore di una distanza insanabile: "Fra noi c'era una storia
di guerra e miseria, un abisso di desolazione e povertà […] fra di noi,
più che l'abisso di una generazione, si schiudeva la voragine di un
oceano […] [avevamo] una mentalità diversa e [un] diverso modo di
sentire e immaginare la vita”. La corsa che i due fratelli faranno nel
parco della Fordham University assumerà perciò più di un significato reale. Ma è
proprio questa competizione che unirà sempre più profondamente Joseph e
Michael, ne farà apprezzare le qualità reciproche e le reciproche
debolezze. Da questa conoscenza, da questo affetto, il fratello
americano riuscirà pian piano a trarre succhi per un suo
autoriconoscimento e per una valorizzazione della cultura e della lingua d'origine, facilitato in
questo dal fidanzamento con una ragazza siciliana. In Michael, Tusiani
compie il viaggio inverso, nella dimensione della sua duplice esperienza
("due lingue, due terre, forse due anime", come recita un verso del suo
libro di poesia Gente Mia)16 e verifica la possibilità
di una riconciliazione tra passato e presente. L'emigrazione più
tragica, ha detto Tusiani, è quella da una lingua ad un’altra e più che
essere un problema sociologico, è un dilemma
spirituale, un problema che riguarda il mito fondamentale della matria.
Il rischio della scissione,
dell’ambiguità si acuisce nel terzo volume della trilogia di Tusiani La parola antica: "… la domanda è: fino a qual punto l’emigrato può assimilare la nuova lingua
e la nuova civiltà, e in che maniera dimenticare e rinnegare se stesso
in mezzo alle nuove impellenti esigenze della sua vita? Anche se la sua
risposta sia priva di validità scientifica, il poeta ci dice che non
esiste, e non può esistere, un assorbimento totale, e che non potrà mai
esserci un’accettazione totale, cioè spirituale, delle tradizioni della
nuova terra". La domanda, dunque, diventa tanto drammatica fino a
scoprire il nucleo della sofferenza continua dell’emigrato: che sta
nella nostalgia, nel senso di colpa per aver abbandonato la sua terra.
Certo, in Tusiani tutto questo si
carica di un dolore speciale, che scaturisce da una sensibilità
profondamente malinconica, troppo consapevole di traumi psicologici
e sociali. Come non sa rinunciare alla
sua memoria, così Tusiani è ossessionato e angosciato dal rischio che
gli altri, la sua “gente”, rinunci a ricordarlo, a ricordare anche il suo nome. Si direbbe
quasi che ci sia uno strazio della presenza, una
lacerazione tutta intima
della precarietà esistenziale: e con Leopardi, l'emigrato ripeta le domande sulla vanità anche
della fama nella rovinosa corsa del tempo.
È così che si spiega il ritorno
entusiastico dello scrittore italoamericano alla lingua latina17, alla
lingua antica. Forse è essa, come lingua tutta spirituale, che può
garantire la salvezza, l'ancoraggio ad una terra finalmente comprensiva di due metà riunite, di due disciolte
identità. Ma il riconoscimento della
propria origine è anche l'umile accettazione dei momenti
della propria crescita, della delineazione di un destino, l'acquisizione
dell'ironia dopo l'inesorabile disperazione. La fine del grande affresco di Tusiani sull’emigrazione coincide
probabilmente con la fine stessa dell'emigrazione. Il sogno finale
descritto dall'autore allude a quarant'anni di entrate e uscite da un
corridoio-tunnel. Sono, pensiamo, i quarant'anni (diventati nel
frattempo cinquanta) d'America di Tusiani, le sue quaranta lunghissime
oscillazioni tra italiano e inglese, tra via Palude e
Fifth Avenue (e meglio Tomlinson Avenue nel Bronx, da dove si è recentemente
trasferito per vivere a Manhattan), è il suo modo di accettare il ritorno
e la presa di coscienza di un mondo ormai
tutto interiorizzato e metabolizzato.
Con queste coordinate,
l’autobiografia di Tusiani si impone oggi come self-knowledge e self-expression e lo fa bella lingua d’origine,
con l'orgoglio dell’americano
che volendo "definirsi
al di fuori dei limiti
impostigli dall’appartenenza a un gruppo sociale o etnico minoritario o emarginato si affida alla prima
persona e al punto di vista soggettivo e interno per imporre la credibilità
della propria storia e rivendicare il diritto all’autodeterminazione”.
18
E,
infine, il dialetto. Negli
ultimi anni Tusiani è tornato insistentemente
alla sua lingua d'origine, per
raccontare la sua piccola patria o fornire parabole e affreschi di rinnovato
vigore espressivo. Intanto è da dire che qui il dialetto
si pone in un ideale quadrilatero plurilinguistico a funzionamento binario, per il quale il
dialetto, insieme col latino, sono destinati all’espressione di mondi
archetipici, mentre italiano e inglese veicolano composte e
razionalizzate esperienze. In Tusiani il dialetto assume una spiccata
connotazione di appello alla memoria e di compenso retroattivo della perdita della civiltà originaria,
elevata però religiosamente e umanisticamente a “pianto” di mondi
perduti.
Da ciò si evince che salvare una
lingua significa per Tusiani salvare la memoria di una comunità, insieme
con la propria integrità
psicologica e artistica di uomo
che non rinnega alcuna sua acquisizione precedente o
apparentemente antitetica ad un più prestigioso
standard linguistico-espressivo. La fisionomia che ne risulta è quella di un Tusiani "neodialettale",
uno scrittore cioè che usa il dialetto sia come tastiera alternativa di esperienze
concorrenti e stratificate, sia
come attestazione di
un'estraneità esistenziale ripagata ormai solo dal mito di un'età
scomparsa: il paese, la montagna, il convento, le strade, i mestieri
antichi, le figure minori e minime del "villaggio" ancestrale sono il pendant materno di una vita che ha voluto accettare la
sfida di un mondo radicalmente diverso, esatto futuro di quel
passato.
[S. D’Amaro, in AA.VV., Annuario del Liceo Classico ‘Giannone’, San Marco in Lamis, 1999]
Note
1
Si
veda il saggio di C.Siani, Tusiani’s
Italian Years: A Study of Background Influences,
in P.A.Giordano (ed.), J. Tusiani, Poet Translator Humanist /
An International Homage, West Lafayette, IN, Bordighera Inc. 19952.
2 Si vedano i saggi di G. Cecchetti, J.
Tusiani e l'emigrazione coatta; di P.A.Giordano,
J. Tusiani and the Saga of Immigration e di L.Fontanella, Da
Tusiani a Tusiani: Appunti sulla poesia in italiano e in inglese, tutti e tre contenuti in P.A.Giordano (ed.), J.Tusiani
ecc., cit.
3 Mi sia consentito
rinviare ad una mia rassegna dal titolo Scrivere con due anime.
Viaggio nella letteratura degli Italiani d’America, pubblicata
su "Oggi e Domani", a.
XXII, n. 9, settembre 1994.
4
Cfr.
W.Boelhower, Immigrant Autobiography in the United States,
Verona, Essedue, 1982.
5 Questo e i successivi brani provengono da un’intervista rilasciatami da
Tusiani.
6 J. Tusiani, Rind and All, New York, Monastine, 1962 (tradotto in
italiano come Mallo e gheriglio, a c. di M. Pastore Passaro,
Roma, Bulzoni, 1987).
7 J. Tusiani, The Fifth Season, New York, Obolensky, 1964
(tradotto in italiano come La quinta stagione e raccolto nel
volume citato alla nota 6).
8 Cfr. J. Tusiani, Làcreme e sciure, pref. di T. Nardella, San
Marco in Lamis, Società di Cultura
"M. De Bellis", 1955.
9J.
Tusiani, The Complete Poems of Michelangelo, New York, Noonday, 1960.
10
T.
Tasso, Jerusalem Delivered, trad. di J. Tusiani, Rutherford,
Farleigh Dickinson UP, 1971.
11 L. Pulci, Morgante,
trad. di J. Tusiani, intr. e note di E. A. Lèbano, Indiana University
Press, 1998.
12 J. Tusiani, Gente Mia and Other Poems, Stone Park IL, Italian
Cultural Center, 1978 (tradotto in italiano come Gente mia e altre
poesie, pref. di E. Bonea, trad. di C. Pastore Passaro, San
Marco in Lamis, Gruppo Cittadella Est, 1982).
13 J. Tusiani, La parola difficile: autobiografia di un
italoamericano, Fasano, Schena, 1988; Id., La parola nuova:
autobiografia di un italoamericano, ivi, 1991; Id., La parola antica: autobiografia di un italoamericano, ivi, 1992.
14 “The
value of every story depends on its being true” (Sam. Johnson); “What I
am depends on what I have been” (Coleridge).
15 Ad es., Le parole di Sartre o L’età di uomo di Leiris.
16 J. Tusiani, Gente Mia and Other Poems, cit.
17 Si tenga presente per tutti l'antologia Carmina latina, curata tradotta
e introdotta
da E. Bandiera, Fasano, Schena, 1994.
18 Cfr. F. D’Intino, L’autobiografia moderna, Roma, Carucci, 1989,
p. 49.
19 Si vedano Bronx, America, Manduria, Lacaita, 1991; Annemale
parlante, San Marco in Lamis, Quaderni del Sud, 1994; La Poceide,
ivi, 1996 e Na vota è ‘mpise Cola, ivi, 1997.